via Trento e Trieste, 1 - 66017 Palena (CH)
Museo del paesaggio

 

Madonna Dell'Altare

(Eremo Celestiniano)

La struttura territoriale

Il toponimo (Palene dall’VIII-IX sec. Nel Chronicon di S. Vincenzo al Volturno) da collegare alla base mediterranea pala con valore petro-oronimico presente anche in Pallanum (Bomba), è morfologicamente da connettere ai Paleni (Palhnoi di Diodoro Siculo) popolo sconosciuto a Plinio probabilmente perché all’epoca già assimilato ai Peligni Sulmonenses.

La frequentazione arcaica del territorio va fatta corrispondere a ritrovamenti sporadici effettuati sia relativamente al periodo preistorico che romano alto-medioevale su siti testimoni di insediamenti antichi identificabili poi sulle molte ville dislocate sul suo territorio e all’origine dell’abitato attuale e anche su possibili riferimenti a culti arcaici come quelli a Maia, Ercole e alla dea Lucina forse identificabile nel toponimo di Lucine (a quota 1300 s.l.m. a sud-ovest dell’abitato).

Il designativi Palena è poi aggregato talvolta al domo unità amministrativa arcaica che faceva capo a Iuvanum.

La colonizzazione dell’area e l’insediamento sono, quindi, con ogni probabilità da mettere in relazione con l’antico Palenum considerato come quest’altro toponimo identificasse anche il Monte Pallenio (ora Monte Coccia o Monte Porrara) e a breve distanza sorgesse il tempio di Giove Pallenio (Campo di Giove) e la stessa Forca Palena tanto da lasciar supporre il territorio sede stanziale dei Paleni o Palenesi cui accenna Tito Livio nei riferimenti ai Peligni e anche Diodoro siculo in occasione della sconfitta da questi subita da Roma nel 412 a.C..

La riorganizzazione del territorio, dopo la caduta dell’impero romano,ruota in gran parte tra il IX e il X sec., intorno alla presenza volturnense: al monastero di S. Vincenzo al Volturno infatti sono ascrivibili con ogni probabilità alcune delle più importanti fondazioni monasteriali della zona e in particolare quella di S.Maria in Domo attestata fin dal 930 come semplice cella e l’ancora precedente S. Antonio Abate, forse da riferire come fondazione già all’890 ma anche lo stesso piccolo monastero di S. Nicola di Coccia, più tardo perché ascrivibile al X sec. Potrebbe essere stata un’emanazione tardiva della stessa abbazia.

Con la decadenza volturnense le istituzioni monastiche vengono variamente rilevate da altri ordini come i cistercensi cui va probabilmente riunito il S. Antonio che il S. Nicola che nel XIV sec. Appare dipendenza dell’abazia di S. Vito de Trinco. Inoltre nella stessa area sembra debba collocarsi la presenza anche di Pietro da Morrone che si sarebbe ritirato per qualche tempo a vivere tra il 1235 e il 1236 in una grotta della La Taverna nei pressi della quale sorsero poi la chiesa e il relativo monastero celestino della Madonna dell’Altare.

Altri eremiti furono attirati dalla natura dei luoghi, infatti nella zona predicavano anche i seguaci di S. Ilarione che, venuti a seguito del maestro di Cosenza nel XIII o XIV sec., s’erano fermati anche loro alle falde della Maiella sull’alta valle dell’Aventino nell’eremo di Prata o Plata donatogli dal conte di Chieti Trasmondo prima di disperdersi, alla morte del compagno S. Nicola, allorché S. Falco (protettore di Palena), passando per il casale di Sant’Egidio, ebbe a fermarvisi, dando origine, dopo la sua morte, al relativo culto.

La tradizione di culto popolare derivata da Falco quindi dovrebbe essere fatta risalire almeno al XIII sec. Se nel 1383 il conte di Manoppello Giovanni chiedeva sl vescovo Bartolomeo di Sulmona di riunire la piccola chiesa del casale, che intanto s’era detta di Sant’Egidio e S. Falco, alla parrocchiale e matrice di Palena S. Antonino in considerazione probabilmente dello spopolamento a favore di Palena della vecchia contrada.

Il territorio, infatti, a questa data è ancora occupato da un numero più che rilevante di casali sparsi alcuni dei quali, come Forca, sono veri e propri abitati autonomi, anche se tutti più o meno rivelano una struttura insediativi stabile il che sarebbe indirettamente documentato dal novero delle fondazioni ecclesiali che li qualificano.

All’estremo settentrionale, non lontano dal monastero di S. Nicolò di Coccia esisteva, infatti, il Castello Alberico che, per posizione naturale, controllava il passo di Coccia verso la Valle Peligna e confinava con i possedimenti dell’Abazia si S. Maria in Monteplanizio di Lettopalena, sul lato orientale il confine vedeva inoltre tutta una serie di villaggi alcuni oggi sul territorio di Palena, altri su quello della confinante Lettopalena, ma in passato probabilmente a cavallo tra i due, tra questi innanzitutto il Castello di Letto dell’Abazia di Monteplanizio, poi quello di Caltel Planizio e di seguito, forse, quello di Liscia Palazzo tutti in territorio di Lettopalena, quindi i due Pizzi Superiore e Inferiore che facevano capo ai rilievi e alle propaggini dei Monti Pizzi.

A sud poi il confine era guardato dal villaggio scomparso di Pietrabbondante con la chiesa di Santa Maria la cui presenza fisica è ben illustrata oggi dal permanere del toponimo Pietrabbondante. Infine, quasi a chiudere il perimetro dei confini verso sud e sud-est, ancora una volta in corrispondenza di un importante passo verso la valle Peligna, sorgeva l’abitato di Forca che forse, tra quelli antichi, è il più importante sia dal punto di vista territoriale che della consistenza insediativi con le sue numerose chiese, alcune delle quali attestate sin al 1188 (S. Cristoforo e S. Giovanni) e poi documentate nelle Sante Decime del XIV sec. In cui compaiono, oltre ai due S. Giovanni Battistae Evangelista, anche le altre di S. Cecilia, S. Biagio e S. Nicola.

Sull’oggettiva rilevanza insediativi attribuito a quest’ultimo abitato infatti, va segnalato il fatto che le Sante Decime del 1323 ricorrano, almeno in un caso, al termine civitas per indicarne i chierici anche se in questo caso il titolo sembrerebbe più onorifico che reale, cioè non strettamente riferito al senso che il medioevo attribuiva alla parola per descrivere nuclei che presentavano resti di antichi abitati.

Le chiese di S. Biagio e S. Cecilia passarono, al clero di Palena S. Biagio e all’arciprete di Forca S. Cecilia, chiesa in seguito finita al monastero di S. Chiara di Sulmona che ancora oggi intreccia le sue vicende con Forca, perché fondato, come monastero, da Florisenda figlia di Tommaso di Palena, signore di Forca.

Florisenda, infatti aveva ereditato Forca dal padre insieme ai suoi due fratelli nel 1268 e aveva passato la sua quota al monastero di S. Chiara dal che il feudo e ciò che oggi ne resta, assume il nome di Quarto di S. Chiara.

All’interno di questa ricca storia ecclesiale nell’XI sec. Palena risulta infeudata a Matteo di Letto che tiene anche Laroma di Casoli. Nel XII sec. Come risulta dal Catalogo Baroni, l’infeudazione è fatta ai discendanti di Manerio figlio di Berardo, (cioè Berardo, Ugo, Roberto, Mallerio, Rogerio, Guglielmo e Odorisio) che avendo ricevuto anche i feudi di Pacentro sull’altro versante occidentale della Maiella e Roccacaramanico in quello settentrionale, di fatto controllavano gli accessi al territorio di Valva rendendo per questo verosimile l’ipotesi fatta che possano essere dopotutto, come famiglia, nient’altro che la discendenza degli stessi conti di Valva e in particolare di Oderisio II.

Carlo d’Angiò nel marzo 1269 aveva assegnati a Sordello da Goito (citato da Dante come Sordello de Godio) Monte San Silvestro (Monte Marcone di Atessa), Paglieta, Pilo (Giuliopoli), il casale di Castiglione (Vasto) e Monteodorisio.

Dopo la cessione di Rodolfo di Courtenay di Chieti, Sordello rinunciò a parte dei feudi datigli rassegnandoli alla Regia Corte, tra questi figuravano Monte San Silvestro, Paglieta e Pilo, che vennero per questo aggregati a Chieti, ma ne ebbe in cambio nel giugno del 1269 Palena.

L’importanza del luogo è testimoniata anche dalla vivacità della vita religiosa per la presenza fin dal XIII sec. Di un insediamento monastico francescano, ma anche per la frequente comparsa dei titoli ecclesiali nelle Sante Decime della prima metà del XIV sec. relative sia all’abitato di Palena che a quello di Forca Palena, passaggio obbligato più a meridione verso l’interno valvense e sulmonese.

Nel XV sec. come altre comunità della zona, Palena venne assoggetata ad Antonio Caldora, fu anche per qualche tempo feudo dei Gualtieri Conti di Conca nel XIII sec. da cui nacque la citata Florisenda da Palena nel 1240 e degli Orsini con Napoleone Orsini, per passare dopo la sconfitta dei caldoreschi e in particolare di Antonio Caldora che la perse nel 1467, per volere di re Ferdinando, a Matteo di Capua e poi confermata nel dicembre del 1481 a Bartolomeo, famiglia quest’ultima che la tenne fino al 1667.

La ribellione dei Caldora era stata procurata dall’adesione di questi al partito angioino e determinò la reazione di re Ladislao che mandò ad assediare Palena in cui s’era rinchiuso, dopo essere stato cacciato dall’Aquila, Romansuccio Caldora senza tuttavia riuscisse al re d’espugnarla per cui lo stesso re, deluso, finì per ritirarsi a Gaeta.

Dai di Capua passò nella seconda metà del ‘600 infine agli Equino esponenti della recente finanza affaristica napoletana che facevano pressione sulla corona per far immettere sul mercato città e paesi alla stessa stregua dei piccoli feudi commercializzandoli e che la terranno fino all’eversione feudale nell’ambito di altri possessi che sul finire del XVIII sec. comprendevano il ducato di Casoli, le baronie di Altino e Lama dei Paligni, le contee di Lettopalena, Montenerodomo e Palena e il feudo di Taranta Peligna.

Palena aveva nel 1447 n.140 fuochi, 217 nel 1532, 241 nel 1545, 305 nel 1561, 310 nel 1595, 288 nel 1648, 142 nel 1669, 146 nel 1732.

Alla fine del XVIII sec. Palena aveva pure un Monte Frumentario e un ospedale, mentre nel 1872 veniva reso pubblico lo Statuto Organico anche di una Congrega di Carità nel frattempo istituita.

Nel 1899 il Fiume Aventino alimentava molti molini, un pastificio, una centrale elettrica e diversi mulinelli adatti alla miscelazione dell’impasto di stagno, piombo e silice necessario alla preparazione dello spalto per stoviglie che infatti qui si lavoravano in uno stabilimento.

Si produceva pure colla forte e cappelli in lana che sostituivano la più antica e florida produzione dei panni lana.

La dinamica aggregativa

Abitato a quota 767 s.l.m. originato secondo la tradizione dall’aggregazione di alcune ville sparse (un termine latino che significa una Comunità agricola) e distinte un tempo dislocate sul suo territorio: Castello Alberico, Pizzi Superiori, Pizzi Inferiori, Castelcieco, Pietrabbondante, Valle di Terra, Forca Palena, San Cristinziano, Malvicino, Lettopalena, Sant’Egidio.

Tale struttura territoriale, a livello insediativi aperta e multipolare, sembra anche confermata nella Sante Decime del 1323 in cui l’abitato è specificamente annotato con i suoi casali (Palena cum casalibus).

L’insediamento superstite tra quelli fondatori, cioè Palena, è costituito da un nucleo primitivo sorto intorno all’accesso al castello sistemato su un roccione a strapiombo che domina il fiume Aventino e ai cui piedi sorse la chiesa di San Falco.

La struttura urbanistica primitiva concentrata e di ridottissime dimensioni è qui essenzialmente assembrata intorno al rilievo del castello con un unico anulare di case a schiera a monte e lungo le vie della Sugna e Appiè la Torre che l’avvolgono dal basso con un raggruppamento di punta orientato a sud e che fa capo al sagrato della chiesa di S. Falco e forse sede, all’attacco della via Castello, dell’unica porta urbica come sembrerebbe documentare la relazione manoscritta del 1652 consegnata al De Nino dall’Abate di Lettopalena Giovanni Di Paolo.

Questo nucleo la cui ragione d’essere è strettamente collegata al castello o ad una primitiva torre evidenzia il carattere di postazione militare e d’osservazione nei toponimi ad esso contigui: la via d’accesso settentrionale o Via della Torretta e quella sottostante il nucleo da nord-ovest Appiè la Torre.

Ciò giustifica anche il carattere originario di abitato posto su di un territorio con altri insediamenti e senza una particolare preminenza iniziale se non nel castello, da cui deriva sia l’esiguità del costruito storico arcaico in questa parte che dovrebbe precedere l’assunzione del ruolo guida del territorio e il riassorbimento delle altre ville, sia la posizione extramoenia del S. Falco la cui edificazione data solo a dopo la riunificazione in Palena dell’insediamento di Sant’Egidio, dunque a partire dal XVI sec. almeno.

Con l’affermarsi del ruolo guida di Palena sulle altre comunità del territorio, ruolo scelto anche per ragioni di congruenza visto che in Palena risiedeva il feudatario con il castello e dunque il baricentro amministrativo dell’intero territorio, l’abitato inizia ad assumere la forma attuale aperta dando l’avvio all’edificazione del quartiere denominato Terranova per distinguerlo dal nucleo d’origine di Terravecchia.

Tra i due nuclei esiste una netta differenziazione dovuta al fatto che mentre Terravecchia nasce da un chiaro intento di controllo sul territorio soprattutto rispetto alla valle dell’Aventino e dunque su un sito scelto per ragioni prevalentemente militari-difensive con funzione certamente di osservatorio e reciprocità d’uso con le comunità limitrofe della valle come sembra indicare la descrizione del 1652 che esplicitamente accenna alla torre che dominava il sasso su cui l’abitato sorgeva, Terranova può considerarsi invece prodotto di un sensibile incremento demografico dovuto sia certamente allo sviluppo considerevole dell’industria locale delle lane e della lavorazione dei panni che nel 1835 annoverava ben 15 fabbriche tra cui le ben note gualchiere dei baroni Perticone.

L’industria della lana s’era sviluppata nel XVIII sec. grazie anche alle provvidenze di Carlo III di Borbone che con decreto del settembre 1825 rendeva i panni di Taranta, Palena, Lama e Fara San Martino e Torricella Peligna esenti da gravami doganali anche se, dopo il 1860, la concorrenza italiana fece chiudere i lanifici di Taranta e Palena, non più in grado di reggere il confronto con le più agguerrite manifatture di altre regioni del nuovo stato unitario e particolarmente del biellese.

Lo sviluppo di Terranova data perciò a partire almeno al XVI-XVII sec. e si orienta verso il sottostante piano che certamente è da identificare con la prima area mercatale sottoposta al castello (ora Piazza Municipio) punto di convergenza delle principali vie di comunicazione e sito della vecchia fonte dell’abitato di Torrevecchia.

Tale largo, che nella descrizione del 1652 non solo è detto piazza del Borgo, ma anche luogo su cui affacciavano le botteghee dunque punto di scambio commerciale, a sua volta risultava delimitato almeno dalXIII sec. dalla Chiesa di S. Francesco che lo sovrastava dall’alto di un colle contrapposto al castello  e riuniva gli accessi esterni dalla Porta di S.Antonino sul fianco della parrocchiale e prima della Porta Castello; quest’ultima va peròforse come intesa, nel 1652, più che porta in senso stretto,come semplice delimitazione daziaria controllando l’imbocco alla piazza del Borgo dal ponte dell’Aventino.

Per questo motivo l’espansione nuova si localizzerà quasi tutta lungo l’asse di Corso Umberto I° cioè ai piedi del San Francesco con l’edificazione della barocca chiesa del Rosario, del Teatro e dei principali palazzi gentilizi Villa, Baroni Perticone, assumendo una forma settentrionale quasi semicircolare delimitata dalla vecchia via del Ponte che portava al di là dell’Aventino verso meridione e il S. Vito (Vico di S.Vito).

Così descrive Palena nel 1899 lo storico Strafforelli:belle sono le case di Palena, pulite e ben lastricate le strade, ottima la salubrità: E’ illuminata a luce elettrica, con 74 lampade ad incandescenza e sei ad arco; ha otto fontane pubbliche abbondanti di acqua freschissima, quattro belle chiese, il teatro comunale e l’ospizio di mendicità.

L’abitato fu in seguito sconvolto dalle distruzioni seguite al secondo conflitto mondiale per cui negli anni ‘40 risultava ampiamente disgregato non solo il tessuto di case a schiera lungo la Via Appiè la Torre, oggi quasi integralmente riedificato, ma anche una parte del tessuto arcaico del quartiere Terranova, mentre l’edilizia più recente prendeva avvio ad occidente della via S. Antonio Abate o sul prospiciente rilievo orientale dell’Aventino.

Architettura religiosa

Nell’intero territorio di Palena, con le sue 11 ville già menzionate esistevano ben 32 chiese delle quali 7 attualmente esistenti e le altre distrutte.

Delle esistenti si annoverano:
Madonna del Carmine  chiesetta rupestre costruita nel 1832 sull’eremo preesistente incassata nella roccia

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Eremo rupestre della Madonna del Carmine, pianta.
Disegno tratto da E. Micati, Eremi e luoghi di culto rupestri della Maiella e del Morrone, Pescara 1990


S. Maria dell’Altare o Madonna dell’Altare.
Chiesa rupestre fondata nel XII sec., fuori dell’abitato e santuario alle pendici del monte porrara in località Madonna dell’Altare (quota 1278 s.l.m. a sud ovest di Palena).
La fondazione è legata alla venuta nella zona di Pietro da Morrone nel 1235-36 che soggiornò in una grotta attualmente detta La Taverna. I celestini tennero la fabbrica con l’annesso piccolo convento fino alla soppressione del 1807, dopo passò al barone Perticone fino al 1970, anno in cui tornò alla municipalità. Ultimamente è stata integralmente restaurata.
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Eremo della Madonna dell'Altare, piante.
Disegno tratto da E. Micati, Eremi e luoghi di culto rupestri della Maiella e del Morrone, Pescara 1990


S. Antonio di Padova

In località sovrastante, presso le falde del Monte Porrara, sorge la bella chiesa di S.Antonio da Padova. Le fanno corona antiche reliquie di mura claustrali dove un tempo si svolse una fervida attività di preghiera e di misticismo.

Dell’antico convento che ospita attualmente un piccolo albergo-ristorante oltre a locali destinati alla Comunità Montana, sono visibili ancora le strutture architettoniche simili a tanti altri conventi del genere che fecero fiorire in Abruzzo le comunità francescane.

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Planimetria della chiesa e convento di S. Antonio di Padova.
Disegno tratto da L. Bartolini Salimbeni, Architettura francescana in Abruzzo dal XIII al XVIII sec., Roma 1993
I Saggi di Opus n. 2


Caratteristica la festa del Santo nel mese di giugno. Da secoli una folla di fedeli si riversa in quella occasione in detta località per trascorrervi una giornata di songolare distensione religiosa e di efficace ristoro psico-fisico.

S. Falco e S. Antonino Martire

La chiesa intitolata in principio a Sant’Antonino Martire, cambiò nome, divenendo Chiesa di Sant’Antonino e Falco, con la traslazione del corpo del Santo Eremita dalla Chiesa di Sant’Egidio a questa di S. Antonino.

Un violentissimo terremoto del 3 novembre 1706, che distrusse oltre i tre quarti del paese, non risparmiò questa chiesa in cui si salvarono per puro miracolo gli armadi del reliquiario.

La chiesa distrutta fu presto ricostruita dall’amore dei fedeli e, come riferiscono le cronache, in maniera veramente meravigliosa.

In seguito, nel 1841 venne abbattuta essendosi sentito il bisogno di avere un tempio proporzionato all’accresciuta popolazione. Il nuovo tempio fu eretto nell’arco di tre anni.

Distrutta nell’ultimo conflitto mondiale (rimase in piedi solo il campanile) la nuova chiesa è risorta nel 1953, mantenendo per quando possibile il complesso architettonico esterno identico o quasi alla precedente.

San Cataldo

Alle falde del Monte Porrara, lo storico Monte Pallenium, a circa cento metri dalle spumeggianti sorgenti dell’Aventino, lungo la strada Frentana ex ss.84, nelle vicinanze di Palena si erge sul colle la chiesa di San Cataldo, nelle vicinanze lungo la strada c’è l’omonima fontana costruita con la realizzazione del primo tratto della strada nazionale, innesto Roccaraso-Palena, progettata nell’anno 1812 durante il breve regno di Gioacchino Murat e portata a compimento nel 1830 dai Borboni.

Il giorno dieci maggio di ogni anno, ricorrenza della festività del Santo, una folla di fedeli si riversa con devozione su questo colle.

San Francesco

Documentazioni giunte fino a noi sono costituita da scarsi reperti archeologici. Il complesso, oltre la chiesa comprendeva l’annesso convento. Infatti le arcate dell’antico chiostro francescano erano visibili fra le macerie dei terranei dell’area stessa fin dopo la ricostruzione degli stabili avvenuta intorno al 1947, dopo i noti ultimi eventi bellici.

Senza dubbio è una delle belle chiese di Palena, con un barocco un po’ carico di stucchi, di quadri, pannelli plastici che riferiscono le vicende della vita del Santo.
Sulla volta a botte, all’altezza dell’ingresso, un affresco rappresenta la morte di Maria, di notevole pregio artistico per l’armonica pacatezza delle tonalità cromatiche e per la dolcezza delle fisionomie.

La navata ha un fastoso cornicione. L’altare maggiore s’impone per la imponenza delle sue masse architettoniche con colonne piriforme. Sugli altari laterali si notano pale d’altare di pregio artistico di ignoti autori del ‘7oo, ornati di statue di santi e profeti che ostentano scritti di brani di salmi.

Al di sopra del portale della chiesa s’è la seguente iscrizione:

ACRECATUM BASILICAE
SACROSANTAE LATERANENSI

Chiesa del SS. Rosario, già di Santa Maria della Neve

A destra del  Corso Umberto I, a pochi metri da Piazza Municipio si erge la chiesa del SS. Rosario.

Costruita su un piano rialzato di circa quattro metri da quello stradale, vi si accede attraverso due rampe di scale, scorrenti sui lati obliqui di un trapezio isoscele, protette da artistica ringhiera in ferro che fiancheggiano la sovrastante facciata centrale.

Un artistico rosone e una frangia di archetti sovrastano il bel portale in pietra. L’interno della chiesa architettonicamente barocco, è a croce greca e a tre navate con pannelli di buona pittura. Nell’abside rettangolare sono rilevanti il capo-altare e gli stalli del coro, inlegno finemente intagliati, ma dsgni di restauro.

Nella parte centrale dell’abside, in alto c’è una nicchia con la preziosa icone lignea della Vergine della Neve col Bambino del XV sec., monumento nazionale. Dell’antico organo, distrutto dagli ultimi eventi bellici, è rimasta soltanto la cassa, opera finemente intagliata dal celebre scultore Mosca di Pescocostanzo.

San Nicola di Coccia

Chiesa rupestre, eremo, monastero benedettino maschile con annesso ospizio probabilmente dipendente dal monastero di S.Vincenzo al Volturno e fondato nel X sec.
Menzionato nel 1136, 1223 e nelle Sante Decime del 1324-25 come dipendenza dell’abbazia di S.Vito de Trinco (toponimi guado di Coccia  a m.1324 s.l.m., e Serra S. Nicola ad ovest di Palena), incluso nella descrizione del 1652.

Attualmente si notano evidenti ruderi. E’intendimento dell’Amministrazione Comunale di Palena di riportare alla luce, per quanto possibile le vestigia di un così importante luogo sacro ai palenesi tutti.

Il degrado fisico e socio-economico di un centro storico in particolare, inizia quando mancano gli interventi di riqualificazione e valorizzazione degli spazi e percorsi pubblici. Infatti la mancanza di riqualificazione, si accomuna, quasi sempre alla mancanza di interventi sul tessuto edilizio privato, sia abitativo che produttivo e commerciale, che lo portano quasi sempre all’abbandono.

Queste zone abbandonate diventano sempre più in costante disfacimento, proprio per la continua mancanza di interventi di bonifica edilizia.